Una volta scelta ed acquistata la nostra pellicola (formato 135) dobbiamo
caricarla nell’apparecchio.
Caricamento della pellicola
Nelle
moderne reflex o compatte, provviste di motore di trascinamento, l’operazione è molto
semplice. Si apre il dorso della macchina, ed in luogo riparato dalla
piena luce si mette il caricatore 135 nell’apposito vano con
la parte del rocchetto sporgente in basso. Poi si tira la coda o esca
della pellicola fino al segno indicato sul corpo macchina facendo attenzione
che la perforazione della pellicola sia impegnata dal trascinatore.
A questo punto si chiude, si accende l’apparecchio e si preme
il pulsante di scatto. Automaticamente la macchina scatta alcuni fotogrammi
a vuoto e si posiziona sul fotogramma 1.

Se la pellicola non viene agganciata e trascinata correttamente
di solito la macchina si blocca e dà un segnale di allarme.
Sulle
reflex non motorizzate l’operazione richiede qualche accortezza in più.
L’esca della pellicola va infilata nell’apposita scanalatura con
dente di aggancio del rocchetto ricevente e dopo aver impegnato la perforazione
sul trascinatore si deve far avanzare almeno un fotogramma con la leva di carica
(scattando a vuoto dopo ogni volta). A questo punto si chiude il dorso e si
continua a caricare e scattare a vuoto fino a che il contapose non indica la
posizione 1 facendo attenzione che il manettino di riavvolgimento giri ad ogni
operazione di carica. Se il manettino non gira infatti può darsi che
l’esca della pellicola si sia sganciata. In questo caso va riaperto il
dorso e ripetuta l’operazione di aggancio dell’esca della pellicola.

Le pellicole in caricatore 135 portano inciso sul caricatore stesso
il codice DX che è un codice a bande che serve a far identificare
alla macchina fotografica la sensibilità della pellicola in
modo automatico.
Nei moderni apparecchi fotografici esistono dei contatti che sono predisposti
per leggere il codice DX, quindi non occorre fare altro. Nelle reflex
più datate invece la sensibilità va regolata sull’apposita
ghiera a mano. Se viene inserito un rullino sprovvisto di codice DX
in un apparecchio automatico solitamente questo si predispone sulla
sensibilità di 100 /21° ISO. Altrimenti (solo in alcuni
apparecchi) si blocca il funzionamento della macchina stessa e non è possibile
effettuare le riprese.
Di solito la prima cosa che si fa con un apparecchio
reflex, quando si porta all’occhio per effettuare una ripresa, è mettere
a fuoco l’immagine inquadrata.
Nelle macchine compatte l’immagine viene vista attraverso il
mirino separato che dà un’immagine sempre nitida. La messa
a fuoco viene fatta automaticamente dall’autofocus dell’ottica
un istante prima della ripresa (quando si inizia a premere il pulsante
di scatto).
Nelle reflex moderne con autofocus l’operazione viene eseguita
anche in questo caso con una leggera pressione del pulsante di scatto
e nel mirino si può vedere che l’immagine diventa nitida.
Di solito viene messa a fuoco la zona indicata da un apposito riquadro
centrale all’interno del mirino.
Nelle reflex sprovviste di autofocus la messa a fuoco si fa manualmente
girando in un senso o nell’altro la ghiera di messa a fuoco dell’obbiettivo
fino ad avere l’immagine più nitida possibile sul vetro
smerigliato del pentaprisma. Al centro del vetro smerigliato si trova,
di solito, un sistema ottico chiamato stigmometro che ci consente
di fare una messa a fuoco accuratissima su un particolare voluto.
A questo punto siamo pronti per effettuare la ripresa ma occorre ancora
regolare i tempi ed i diaframmi per dare il giusto grado di esposizione
(la giusta quantità di luce) alla pellicola.
La scelta dei tempi

Il
tempo di otturazione determina la durata per la quale la luce colpisce
la pellicola.
Il tempo di scatto viene scelto in base ad alcune semplici regole.
La più importante è quella che dice di adoperare il tempo
di scatto più breve possibile per non avere foto “mosse”.
Ma qual è questo tempo?
Con la macchina fotografica usata a mano il tempo di scatto dipende
dalla lunghezza focale dell’ottica impiegata e dovrà essere
più breve con ottiche tele. Una semplice regola da tenere a
mente dice che va impostato un tempo di scatto subito inferiore al
valore della focale dell’obbiettivo.
Per esempio con il 50mm il primo tempo sicuro è 1/60 di secondo.
Se uso un grandangolare da 28 mm potrò scattare abbastanza sicuramente
anche ad 1/30 di secondo. Con un tele da 200 mm dovrò invece
utilizzare un tempo uguale o più breve di 1/250 di secondo.
Questo vale se uso l’apparecchio in mano e fotografo un soggetto
immobile.
Per fotografare soggetti in movimento la velocità di otturazione
andrà regolata di volta in volta a seconda della velocità di
movimento del soggetto stesso (sempre però rispettando la regola
della lunghezza focale). Volendo invece, volutamente riprendere un
immagine “mossa” (per esempio per rendere il movimento
dell’azione che si sta svolgendo) si dovranno impostare tempi
lenti come 1/15, 1/8 o 1/4 di secondo. In questi casi è consigliato
l’uso di un treppiedi in modo da rendere il mosso solo
della parte in movimento e non di tutta l’immagine.

L’apertura del diaframma determina l’intensità con
la quale la luce colpisce la pellicola.
Più è aperto (numeri più piccoli per esempio f2,8 – f2)
maggiore intensità di luce arriverà sulla pellicola.
Più si chiude (numeri più grandi come f11 – f16 – f22)
meno intensa sarà la luce che arriva sulla pellicola.
Ma c’è un’altra cosa molto importante che
succede aprendo o chiudendo il diaframma.
Con diaframmi molto aperti abbiamo una profondità di campo molto
bassa, che aumenta man a mano che il diaframma viene chiuso.
Ma che cosa è la profondità di campo?
La profondità di campo è quella zona prima e dopo il
soggetto messo correttamente a fuoco che risulta essere comunque sufficientemente
a fuoco. La profondità di campo varia con il variare dell’apertura
del diaframma e con il variare della lunghezza focale dell’ottica
secondo precise leggi matematiche che momentaneamente non ci interessano.
Quale ottica e quale diaframma scegliere allora?
Volendo ottenere delle foto con elevatissima profondità di campo
(tutto a fuoco da pochi metri fino all’infinito) si useranno
ottiche grandangolari e diaframmi molto chiusi. Questa operazione si
fa per la foto di paesaggio nella quale i vari piani dell’immagine
devono risultare tutti molto nitidi.
Nella ritrattistica o per isolare un particolare e rendere sfuocato
tutto quello sta davanti e dietro il soggetto si utilizzano invece
ottiche tele e diaframmi completamente aperti.
Sui vecchi obbiettivi intercambiabili delle reflex (quelli non autofocus)
viene sempre riportata la scala delle profondità di campo al
variare dell’apertura del diaframma.
Se invece non ci sono problemi di profondità di campo (l’immagine
non ne richiede una specifica) è bene, se possibile, impostare
il diaframma sui valori f5,6 o f8. La maggior parte delle ottiche sono
infatti progettate per dare la miglior resa a queste aperture. Chiudendo
il diaframma a questi valori infatti si selezionano solamente i raggi
che passano nella parte centrale delle lenti che è anche quella
maggiormente corretta. Chiudendo il diaframma oltre il valore di f11 – f16
aumenta la profondità di campo ma aumenta anche il fenomeno
della diffrazione che fa decadere la qualità dell’immagine.
La diffrazione dipende dalla luce che viene riflessa dal bordo, anche
se sottile, delle lamelle del diaframma e rimbalza in modo non prevedibile.
Questo fenomeno aumenta chiudendo il diaframma.
La distanza iperfocale
Quando vogliamo ottenere foto con la massima estensione della profondità di
campo abbiamo detto che occorre chiudere il diaframma ai valori più alti
(f16 o f22). Esiste un punto dal punto di ripresa all’infinito
sul quale effettuare la messa a fuoco per avere la massima estensione
della profondità di campo possibile per un dato obbiettivo e
diaframma.
Esistono formule più o meno complicate per determinare qual è questo
determinato punto ma sono scarsamente utili infatti a meno che non
siamo in studio è abbastanza complicato andare in giro con carta,
penna e calcolatrice!
Il metodo più semplice per trovare questa distanza consiste
nel regolare la messa a fuoco sfruttando le indicazioni della profondità di
campo quasi sempre incise sulla montatura dell’obbiettivo. Osservando
la scala della messa a fuoco infatti troviamo un nonio fisso che riporta
sia sulla destra che sulla sinistra i valori dei diaframmi. Una volta
regolato il diaframma è sufficiente spostare la ghiera della
messa a fuoco facendo combaciare il segno infinito “¥” sul
valore del diaframma impostato. Simmetricamente possiamo leggere sulla
scala delle distanze qual’è la minima distanza dove abbiamo
ancora una immagine nitida sempre in corrispondenza del valore di diaframma
impostato.

Della
figura si può vedere che regolando il diaframma su f16 e facendo
combaciare il valore di infinito sul riferimento 16 a destra la profondità di
campo nitido si estende fino a 2,3 metri (valore in corrispondenza
del 16 di sinistra). La distanza iperfocale in per questo obbiettivo
e per il diaframma f16 è di
5 metri.
La regolazione sulla distanza iperfocale può essere utilizzata
sia nella foto di paesaggio quando si voglia ottenere la massima estensione
della profondità di campo oppure quando dobbiamo fotografare
qualcosa in costante movimento, senza doverci preoccupare di mettere
a fuoco. Chiaramente il soggetto si dovrà trovare all’interno
della zona nitida (nell’esempio tra 2.3 metri e l’infinito)
Ma allora quale tempo e quale diaframma scegliere?
Anche in questo caso non ci si affida mai al caso ma ci affideremo
ai valori suggeriti dall’esposimetro del nostro apparecchio.
Abbiamo detto che il tempo di otturazione regola la durata dell’esposizione
mentre il diaframma l’intensità della luce. Attraverso
la regolazione di questi due organi bisogna far arrivare la giusta
quantità di luce alla pellicola in base alla sua sensibilità.
Un’analogia molto semplice è la seguente: devo riempire
un bicchiere da un rubinetto. Posso operare in vari modi: aprendo poco
il rubinetto per un tempo molto lungo o aprendo in pieno per un tempo
brevissimo. In questa analogia la sensibilità della pellicola è rappresentata
dal volume del recipiente da riempire. Pellicola rapida = volume piccolo,
pellicola lenta = volume grande.
L’esposimetro (tarato per la sensibilità della pellicola
impiegata) ci fornisce per una data inquadratura una coppia tempo – diaframma
che permette di esporre correttamente la pellicola. In condizioni di
luce normale (in esterno) con pellicola 100 ASA avremo per esempio
a f8, 1/125 di secondo.
Se ricordiamo però che ad ogni scatto della regolazione del
diaframma o del tempo l’esposizione raddoppia o dimezza potremo,
per ottenere la stessa esposizione, dimezzare il tempo e raddoppiare
l’apertura del diaframma passando da f8 – 1/125 di secondo
a f5,6 – 1/250 di secondo. Lo stesso si ottiene raddoppiando
il tempo e dimezzando l’apertura del diaframma passando quindi
da f8 – 1/125 a f11 – 1/60 di secondo.
In pratica, una volta determinata la coppia tempo diaframma suggerita
dall’esposimetro è possibile variarla con continuità come
nell’esempio sotto per avere sempre un esposizione corretta.
tempi |
1/15 |
1/30 |
1/60 |
1/125 |
1/250 |
1/500 |
1/1000 |
diaframmi |
f22 |
f16 |
f11 |
f8 |
f5,6 |
f4 |
f2,8 |
A questo punto sta al fotografo scegliere l’abbinamento in base
a ciò che deve fare. Per esempio:
- devo fare un ritratto con poca profondità di campo = f2,8 – 1/1000
- devo fare un paesaggio con la massima profondità di campo
= f11 – 1/60 (questo il tempo massimo per
non avere foto mosse con apparecchio usato a mano ed obbiettivo da
50 mm di lunghezza focale)
- devo congelare il movimento di un’auto che sta passando = 1/250 – f5,6
- devo riprendere il movimento dell’acqua di una fontana = 1/15 – f22
(utilizzando però un cavalletto)
- voglio avere la migliore resa ottica del mio obbiettivo = f8 – 1/125
A proposito di esposizione bisogna spendere anche qualche parola
sugli automatismi.
Nelle macchine compatte non si pongono problemi in quanto il fotografo
non può intervenire volontariamente sulla coppia tempo diaframma.
Nelle reflex, in base al modello, i modi di esposizione possono
essere diversi o selezionabili:
- manuale: il fotografo deve impostare sia il tempo sia il
diaframma portando l’ago dell’esposimetro al centro sullo
zero o facendo accendere il led centrale nel mirino
- priorità di tempi: il fotografo imposta il tempo
di scatto e l’apparecchio automaticamente imposta il giusto
diaframma in base alla lettura esposimetrica
- priorità di diaframmi: il fotografo imposta il diaframma
e l’apparecchio, automaticamente, il tempo di esposizione sempre
in base alla lettura esposimetrica
- program: in base a determinati programmi selezionabili l’apparecchio
sceglie automaticamente sia il tempo sia il diaframma
In ogni caso nel mirino sono sempre ben visibili tempi e diaframmi
in modo tale che il fotografo posa scegliere in base al risultato da
ottenere.