Vari tipi di apparecchi
(Compatte - Reflex – Medio Formato)
L’apparecchio da ripresa è composto essenzialmente da
un corpo a tenuta di luce, da un obbiettivo, da un otturatore, da un
sistema di puntamento e da un meccanismo di trascinamento della pellicola.
A seconda del tipo di apparecchio potremo avere:
Sono apparecchi nei quali quasi tutto è automatizzato, dall’inserimento
e trascinamento della pellicola, messa a fuoco, determinazione della
giusta esposizione, attivazione del flash. Il fotografo non ha molte
libertà, nella maggior parte dei casi non vede neanche quali
tempi e diaframmi sceglie l’automatismo.

Questi
apparecchi possono essere ad ottica fissa o zoom ma l’ottica
non può essere sostituita con una diversa. Solitamente il
sistema di puntamento è a mirino Galileiano, cioè si
inquadra attraverso un mirino leggermente spostato rispetto all’obbiettivo.
Questo può portare, specialmente nella foto ravvicinata, anche
errori di parallasse apprezzabili. Anche la qualità e
la luminosità dell’obbiettivo solitamente non è delle
migliori.
L’unico vero pregio delle compatte è, come dice il nome,
la dimensione che consente di portarle sempre con noi.
La pellicola impiegata è quella del formato 135 con perforazione
(dimensione del negativo 24x36 mm).

Schema del sistema reflex. L'immagine catturata dall'obbiettivo,
viene riflessa da uno specchio a 45° e proiettata sul vetrino di messa
a fuoco.

Sono
il cavallo di battaglia di quasi tutti i fotoamatori. A seconda dei
modelli possono essere da totalmente manuali, semiautomatiche fino
a completamente automatiche. Il sistema di puntamento sfrutta l’immagine
ripresa direttamente dall’obbiettivo (si fotografa quello che
si vede). La messa a fuoco (automatica o manuale) viene fatta direttamente
dal fotografo attraverso il mirino nel modo più preciso possibile.
L’immagine che passa attraverso l’obbiettivo viene deviata
da una specchio a 45° sul vetro smerigliato di messa a fuoco e
da questo mediante un prisma a 5 facce (pentaprisma) inviato all’oculare.
Al momento dello scatto lo specchio viene ribaltato e l’immagine
colpisce la pellicola per l’esposizione.
Ma il vero pregio di questo tipo di apparecchi è la possibilità di
cambiare le ottiche scegliendo di volta in volta la focale più adatta
per il tipo di ripresa. Spesso la qualità delle ottiche è molto
buona, le dimensioni rimangono abbastanza contenute e un corredo composto
da corpo macchina e 2 o 3 ottiche può essere comodamente trasportato
in una borsa a spalla. Con questi apparecchi si può fare un
po’ di tutto dalla foto di paesaggio, al reportage, la foto sportiva
fino alla macrofotografia.
La pellicola impiegata è quella del formato 135 con perforazione
(dimensione del negativo 24x36 mm).
Sono le macchine da ripresa dei professionisti. Possono essere reflex
o a telemetro. La vera differenza sta nel tipo di pellicola che viene
usata. La pellicola infatti è del formato 120 e a seconda dell’apparecchio
si possono ottenere negativi di 4.5x6, 6x6, 7x6 oppure 9x6 centimetri.
Un negativo grande circa 5-6 volte più del tradizionale formato
135 contiene molte più informazioni e da questo si possono ottenere
ingrandimenti maggiori senza evidenziare la grana della pellicola.
Questi apparecchi hanno le ottiche intercambiabili e vengono solitamente
impiegati per foto in studio, servizi di moda, cerimonie, still life,
foto pubblicitaria.
Il costo del corpo macchina, delle ottiche, dei caricatori e degli
accessori è sempre molto alto.
Ma passiamo ad esaminare le parti essenziali di un apparecchio da
ripresa.
Gli obbiettivi e le
loro caratteristiche (lunghezza focale, angolo di ripresa, luminosità)

’obbiettivo
o ottica di un apparecchio da ripresa è La parte più importante.
E’, infatti, il sistema di lenti che ha il compito di proiettare
nel modo più fedele possibile (in termini di nitidezza, contrasto
e colore) l’immagine sul piano focale della pellicola.
La grandezza fondamentale che caratterizza un obbiettivo è la “lunghezza
focale” che in pratica è la distanza tra il piano della
pellicola ed il centro focale dell’ottica quando questa è focheggiata
sull’infinito. Si avrà allora che un obbiettivo da 50
millimetri proietterà un immagine perfettamente a fuoco di un
particolare posto all’infinito quando la pellicola è a
50 mm dal centro ottico del sistema di lenti. In base alla lunghezza
focale gli obiettivi vengono divisi in Normali, Grandangolari o Teleobbiettivi.
Per il formato 135 (negativo 24x36 mm) l’obbiettivo normale è il
50 mm ed è così chiamato perché è quello
che inquadra con lo stesso angolo dell’occhio umano.

Focali
inferiori come il 35mm o il 28mm sono dette grandangoli perché riprendono
con un angolo più ampio facendo entrare nell’inquadratura una
maggiore porzione di quello che gli sta davanti. Diminuendo ancora la focale
troviamo il 24 mm, 20mm, 15 mm fino all’8 mm. Quest’ultimo riprende
un angolo di campo di 180°.
Le focali superiori al normale sono invece dette tele in quanto tendono
ad avvicinare il soggetto ripreso. Avremo allora i l medio tele (80mm)
il tele da ritratto per eccellenza (il 135 mm) e a seguire i 200, 300,
400 mm fino ad arrivare fino ai supertele da 500 o 1000mm. A differenza
di un grandangolo da 8 mm che riprende con un angolo di 180° un
tele da 1000mm riprende con un angolo di soli 2,5°.

Gli zoom sono invece obbiettivi la cui focale può essere variata
con continuità da un valore massimo ad un minimo. Acquistando
solo 2 ottiche zoom si può coprire le lunghezze focali si un
intero corredo di ottiche (per esempio un 28-70 mm ed un 80-200mm).
Solitamente però la qualità e la luminosità delle
ottiche zoom è inferiore rispetto alle relative ottiche fisse.
L’altra importante grandezza che caratterizza un’ottica è la
luminosità a tutta apertura del diaframma. Questa grandezza è direttamente
proporzionale al diametro delle lenti (lenti più grandi di diametro
= ottica più luminosa) e la luminosità è, aimè, direttamente
proporzionale al prezzo di acquisto.
La luminosità viene espressa in numeri di “f” pari
al rapporto tra lunghezza focale e diametro della lente frontale. Si
avrà, quindi, che obbiettivi più luminosi saranno quelli
con numero “f” più piccolo.
L’obbiettivo nella sua parte centrale porta un diaframma ad iride
che ha lo scopo di regolare il passaggio della luce (proprio come fa
l’iride dell’occhio umano). Stringendo il diaframma si
diminuisce il diametro del fascio di luce che attraversa l’obbiettivo
diminuendo la luce trasmessa sul piano focale.
La regolazione viene fatta attraverso una ghiera che porta incisi vari
numeri di “f”. Una serie comune potrebbe essere per esempio:
f2, f2.8, f4, f5.6, f8, f11, f16, f22. Con f2 sarà indicata
l’apertura massima del diaframma e con f22 quella minima. La
cosa importante da ricordare è che ad ogni scatto la quantità di
luce che viene fatta passare è la metà o il doppio. Per
esempio, f8 farà passare il doppio di luce di f11 ma anche
la metà rispetto a f5,6.
Un’altra importante ghiera che si trova su quasi tutti gli obbiettivi è la
ghiera di focheggiatura. Attraverso questa ghiera è possibile
mettere a fuoco il soggetto (renderlo il più nitido possibile).
La rotazione della ghiera infatti sposta solitamente un gruppo di lenti
in modo da poter mettere a fuoco oggetti posti a distanze diverse dall’infinito.
L’otturatore
(a tendina o centrale)
L’altro organo di cui un apparecchio da ripresa deve essere
dotato è l’otturatore. L’otturatore ha il compito
di permettere il passaggio della luce solo per il tempo esattamente
voluto.
In alcuni obbiettivi del medio formato o banchi ottici l’otturatore è “centrale” cioè si
trova all’interno dell’obbiettivo vicino al diaframma ed è fatto
da una serie di lamelle come il diaframma con la differenza che può chiudersi
completamente.
Negli apparecchi reflex l’otturatore si trova invece davanti
alla pellicola ed è costituito da tendine a scorrimento orizzontale
o verticale.

Gli
otturatori possono essere divisi anche in meccanici ed elettronici. Questi
ultimi sono molto precisi e sono correntemente montati sulle reflex di ultima
generazione. Hanno un solo difetto: senza pile non funzionano.
Sugli apparecchi fotografici esiste un apposito selettore che ci permette
di scegliere il tempo di apertura dell’otturatore. Solitamente
i tempi sono indicati come secondi o frazione di secondo: 1 (1 secondo),
2 (1/2 secondo), 4 (1/4 di secondo), 8 (1/8 di secondo) e così via,
15, 30, 60, 125, 250, 500, 1000 (1/1000 di secondo). Alcuni otturatori
possono anche arrivare a 1/2000, 1/4000 o 1/8000 di secondo anche se
la vera utilità di questi tempi di esposizione è dubbia.
Come per i diaframmi ad ogni valore corrisponde un tempo della metà o
del doppio rispetto a quello che precede o viene dopo. 125 (1/125 di
secondo) sarà il doppio di 1/250 e la metà di 1/60 di
secondo.
Sul selettore viene solitamente indicata anche il tempo di posa “B” (bulb)
che permette di tenere l’otturatore aperto fin tanto che si tiene
premuto il pulsante di scatto. La posa B serve generalmente quando
si fanno delle riprese notturne con tempi di esposizione maggiori di
un secondo (fino anche a qualche ora).
L’esposimetro
(vari tipi: medio, prevalenza centrale , spot, multicella)
Abbiamo visto che il diaframma permette di regolare l’intensità di
luce e l’otturatore il tempo in qui la luce colpisce la pellicola.
Ma chi ci dice come devono essere regolati in modo da dosare la giusta
quantità di luce sulla pellicola è l’esposimetro.
L’esposimetro delle macchine fotografiche funziona mediante una
specie di fotocellula che misura l’intensità di luce che
colpisce il piano focale.
A seconda di dov’è posizionata o del numero delle cellule
di lettura avremo vari tipi di esposimetro.
E’ molto importante sapere che tipo di esposimetro equipaggia
la nostra macchina in modo da prevedere il suo comportamento in casi
di forti contrasti di luce.
Gli esposimetri che leggono uniformemente tutta la superficie inquadrata
sono detti “medi” ed erano montati sui primi apparecchi
fotografici. Oggi non sono molto usati.
Gli esposimetri che leggono solo la piccolissima parte centrale del
fotogramma (circa 5 mm di diametro) sono detti “spot”.
Sono rari da trovare sulla maggior parte delle fotocamere e sono destinati
ad essere usati da fotoamatori esperti che li scelgono per leggere
la luce di zone molto ristrette dell’inquadratura.
Gli esposimetri più comuni sono detti “medi a prevalenza
centrale”. Questo tipo di celle fanno una media tra la
zona centrale del fotogramma (dove si pensa possa essere di solito
il soggetto principale) e la rimanente parte. In pratica la luminosità della
zona centrale avrà un importanza del 75% circa sull’esposizione
e sarà compensata dal 25% della rimanente parte esterna.
Le moderne fotocamere sono dotate sempre più spesso di esposimetri
multicellula che sono in grado di leggere la luce in zone distinte
del negativo. Una serie di programmi del microprocessore interno dell’apparecchio è in
grado di riconoscere le varie situazioni di luce dando ottimi risultati
anche in caso di forti contrasti di luce.
La cosa importante come già detto è che il fotografo
impari a conoscere bene come si comporta il proprio esposimetro.
Su alcune fotocamere professionali poi è possibile scegliere
il tipo di lettura esposimetrica.
Le fotocamere più vecchie (di produzione antecedente gli anni
60) possono essere addirittura sprovviste di esposimetro. In questo
caso bisogna affidarsi ad esposimetri esterni o alla valutazione della
luce “ad occhio”.
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